Menzione
Speciale Festival sul Disagio Sociale di San Salvo1996
Rientrato
nel progetto MEDIA Salles - 1995, 5° ediz. di “L’Europa si incontra al cinema”
Proposto nel
programma dell’AGIS Scuola
Cosa
hanno detto:
“La
storia:Loris cerca lavoro e non lo trova. Quando lo trova, dura
poco. Non lo vogliono, o non vuole lui. Così si arrangia. Vivacchia, deambula,
dormicchia. Con un vissuto a pezzi, un rapporto sentimentale in crisi, due
genitori che “rompono”, Finché, quasi percaso, si mette a rubacchiare: anche il furto, in fondo, è una forma d’imprenditoria...
Contabile nello studio di un commercialista. Scaricatore
di bevande in cassetta. Autista avventizio di camioncini espressi. Pulitore di
cessi. Infermiere in un ospizio. Inserviente al servizio autopsie di un
obitorio. Infine operaio in un mattatoio bovino. Bel “curriculum”, quello del
protagonista del film d’esordio di Veronica Perugini. Quasi un paradigma della
precarietà giovanile degli anni ‘90, tra rifiuto del lavoro e pratica selvaggia
della flessibilità. Andando controcorrente rispetto alle mitologie incorporee e
inorganiche della società post-moderna, Loris attraversa il “mondo del lavoro”
precario secondo un tragitto che lo porta ad avvicinarsi sempre più al corpo e
alla sua materialità. All’inizio lavora con la carta (le fatture), il vetro (le
bottiglie) ed il metallo (il camioncino), poi è costretto a sporcarsi le mani
nella merda e nell’urina, a manipolare cadaveri umani e a fare a pezzi carogne
bovine.
Eppure, questa progressiva “invasione” della corporeità non provoca soprassalti né
sussulti nel film: che scorre freddo e gelido nella sua “frontalità”
pasoliniana, illuminato dalle belle luci piatte ed uniformi della fotografia di
Beppe Lanci.
Bella scelta, intrigante e coraggiosa: con un soggetto
così bastava un nonnulla per cadere nell’ovvio, nel sociologismo da rotocalco,
nella banalità da reportage di Italia 1. Perugini invece aggira il rischio
optando per una recitazione straniata nella sua teatralità, per un “sussurrato”
andante che si infiamma soltanto in due o tre inserti satirici (il
supermercato, lo stadio, il pasto in mattatoio) e poi si srotola uniforme ed
ossessivo, rifiutando i facili colpi di scena alla Marco Risi o le tecniche
televisive del pietismo e dello scoop. Più chel’ennesimo esempio di
neo-neorealismo, Il teppista è un
vero e proprio rap visuale, modulare,
ripetitivo, ritmato nelle cadenze martellanti di gesti sempre uguali. Fra
deambulazioni periferiche e camminate senza meta, un film sul “girare a vuoto”
di una generazione: quella che un tempo ha conosciuto la rabbia e la speranza,
e che ora si spegne a poco a poco nel grigiore di una routine che ha perso sia
la strada della rivolta che quella dell’integrazione.”
Gianni
Canova- DUEL
“Un film di una attualità sconcertante che non può non
piacere alle giovani generazioni, anche se i moventi umani sono sempre gli
stessi. Ma qui si tratta di cifre stilistiche dirette, senza compiacimenti o
inutili censure.Veronica
Perugini ha portato sullo schermo le contraddizioni di una società
terribilmente confusa e priva anche di quelle confortanti speranze di cui si
nutrono per eccellenza i giovani cui è stata tolta anche la possibilità di
sognare.”
Eugenio Zucchi - L’informazione
“Il teppista è un’opera coraggiosa,
forte, sgradevole per chi è abituato alle tranquille storielle minimali del
giovane cinema italiano, recitata con bravura dai due protagonisti.
Il teppista è
la storia di un viaggio verso la criminalità. Criminalità vista come unica
strada, come via senza uscita, visti i fallimenti professionali, sociali e sentimentali
del protagonista. Loris è un ragazzo friulano che appartiene ad una famiglia di
origini modeste. Cerca di trovarsi un lavoro stabile, ma invano. Questa
instabilità professionale si ripercuote anche sul suo rapporto con Vania; la
ragazza infatti, stanca della triste condizione economica di Loris, lo lascia.
Comincia così
una discesa verso gli inferi: occasionali occupazioni sempre più umilianti,
prevaricazioni da parte di un qualunque uomo della strada (la scena
dell’edicola). Le insicurezze del protagonista si moltiplicano, la fragilità
psicologica aumenta.
La violenza
non è che la conseguenza di tutti questi fattori negativi. Il progressivo
disagio esistenziale di Loris viene sottolineato da una sceneggiatura ricca e
varia: la pipì nervosa, le 308.000 lire guadagnate in 20 giorni ad esempio sono
elementi psico-economici che contribuiscono a dar vita ad un personaggio
sfaccettato.
La stessa
Udine, fotografata con abile freddezza da Beppe Lanci, non fa altro che acuire
il malessere del personaggio; Loris infatti attraversa gli spazi della città
friulana, vorrebbe dominarla, ma è invece proprio questa che surclassa il
protagonista, restringendogli lo spazio con incolori palazzoni di cemento.
L’unico neo è
forse il finale un po’ troppo simbolico che allenta quella tensione narrativa
che si accumula nel corso della pellicola. Nonostante ciò, esordi del genere ne
vorremmo vedere più spesso.”
Simone Emiliani - Casting
“La storia. Un
ragazzo vive con un mostro di fidanzata tutta efficienza e avidità. Solo la
mamma lo capisce mentre lui esperimenta l’odissea di chi il lavoro lo vorrebbe,
ma non a tutti i costi. Meglio allora gli amici del bar, del biliardo, dei
furtarelli e delle risse da curva sud, anche perché perfino i piedissini si
comportano stronzamente, come tutti gli altri e la strada
dell’autovalorizzazione a mezzo furti con destrezza non si improvvisa. Cercasi
una strada per esistere, almeno come individualità (circondati come si è nel
film da attori-mostri da filodrammatica), e per non diventare invisibili,
diventa lo scopo del nostro eroe. Che penetrerà sempre più in spazi da incubo,
risucchiato nei luoghi concentrazionari dove la sua rivolta ha già tovato il
suo pessimo esito: manicomio, obitorio, mattatoio. In un impazzimento di ritmi,
e “soli” free jazz, che la regista maneggia con sicurezza.
Il film racconta il destino
di uno qualunque di quei ventenni disoccupati e piuttosto irascibili di oggi
che non smaniano, però, come i loro padri e madri per ottenere un lavoro fisso,
qualunque sia. E non solo perché la prospettiva di marciare sotto padrone e
sotto pagati può essere addirittura peggiorata, oggi, rispetto alle odissee
degli sfruttati papà metalmeccanici o commessi, perché stanno addirittura
seviziando le pensioni, ora, invece di raddoppiarle o triplicarle, ma anche
perché le lotte fatte negli anni sessanta e settanta dagli studenti e dai
proletari saranno anche state troppo tenere e 0perbene, ma un segno sul destino
delle generazioni successive l’hanno lasciato, così, automaticamente,
geneticamente: i giovani di oggi si fanno far meno fessi di quelli di ieri. E
comunque sono piuttosto pericolosi quando si scatenano in gruppo. La bizzarria
del film è infatti nel titolo. Il teppista come singolo, esiste? Finora eravamo
abituati a deprecare le azioni vandaliche dei “teppisti”, che, lo dice il
concetto stesso, solo in massa e approfittando della superiorità vigliacca
delle forze in campo, si merita questo non benevolo epiteto.”
Roberto Silvestri-Il Manifesto
“Qualcosa del cinema di Pasolini resta impigliato nella
cinematografia da vedere e da discutere dei nostri autori.”